L’uomo, un intruso tra madre e vita concepita (intervista ad Antonello Vanni)

Aborto: l’uomo, un intruso tra madre e vita concepita

Antonello Vanni invita a riflettere sulla fragilità della figura maschile di fronte al grande compito di diventare “padre”

Intervista a cura di Emanuele d’Onofrio da “Aleteia”, 28 gennaio 2014

 vanniluiaborto

C’è un grande assente, nelle famiglie di oggi. Quello che la tradizione indicava come l’anello più forte della catena sembra oggi assai indebolito, quando non è del tutto mancante. L’uomo di oggi, soprattutto in Italia, sembra del tutto impreparato a fronteggiare le sue responsabilità di genitore, a riconoscere il valore di questo compito e a gettarvisi con tutto sé stesso. Ciò è dovuto a ragioni che sono soprattutto culturali e storiche, incastonate nella legislazione italiana da una legge, la 194, che lo ha privato del diritto/dovere di partecipare alla decisione di interrompere una gravidanza.
Queste sono le tesi di Antonello Vanni, docente di lettere, perfezionato in Bioetica l’Università Cattolica di Milano, che nel suo ultimo libro Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile (San Paolo ed., 2013), ha analizzato le problematiche dell’aborto da un punto di vista inedito, quello maschile. Vanni, che parlerà di questo in un incontro previsto a Cremona il 1 febbraio (Libreria Paoline, ore 17), in occasione della 36ema Giornata Nazionale per la Vita, ha condiviso con noi di
Aleteia qualche considerazione.

Cosa ti ha spinto a guardare all’aborto da un punto di vista così inconsueto?

Vanni: Quello che volevo era realizzare una ricerca che parlasse a 360 gradi della relazione tra l’uomo e l’aborto. A 360 gradi significa che naturalmente ci si deve occupare di questo grande silenzio, che è diffuso, sulla relazione tra la figura paterna e il bambino concepito. Indubbiamente bisogna citare la 194, ma mi riferisco anche al silenzio che troviamo nei media. E purtroppo devo anche sottolineare il silenzio nella riflessione e nell’azione nella maggior parte dei movimenti pro life, per lo meno in Italia, che sono ancora molto lontani da questa tematica, a parte dei casi molto specifici. C’è grande disattenzione anche nei consultori, nelle ricerche scientifiche, nelle pubblicazioni, nei libri. Un secondo punto sul quale mi interessava porre una riflessione è che noi siamo circondati da tutta una serie di stereotipi sulla figura maschile di fronte alla vita concepita. E questi stereotipi da un lato ci danno un’immagine distorta dell’uomo, dall’altro impediscono anche di portare avanti un discorso di ricostruzione della relazione tra l’uomo e la vita concepita, che in parte è stato distrutta dalla legge 194. Un altro aspetto importante riguarda le conseguenze dell’aborto sull’uomo, in gran parte legate anche alle conseguenze, soprattutto psicologiche, dell’aborto sulla donna.


In che senso la legge 194 è responsabile di una de-responsabilizzazione dell’uomo in tema di aborto?


Vanni: Dunque, io direi che per quanto riguarda il silenzio sulla figura paterna, naturalmente la legge 194 ha fatto gran parte del gioco. E ricordiamo che questa legge è stata votata in gran parte da un Parlamento maschile. Che cosa è successo allora? È successo che in quel momento gli uomini hanno rinunciato in qualche modo ad una loro presa di posizione sul tema, hanno delegato allo Stato o alla donna ogni decisione a riguardo, e bisognerebbe chiedersi il perché questo sia avvenuto. Prima ancora di fare questo, però, mi interessa notare che la legge 194, con l’articolo 5 che dice che l’uomo di fatto non può dire nulla su questo aspetto e che tutte le decisioni spettano alla donna, in qualche modo ha mandato un messaggio diseducativo ad intere generazioni maschili. Questo è avvenuto perché noi dobbiamo ricordare che una legge non si limita a percepire le istanze e i bisogni sociali, ma in qualche modo ha anche un effetto diseducativo. Tutte queste leggi, le leggi sull’aborto, sul divorzio, se noi andiamo a vedere, di fatto hanno avuto proprio questo effetto diseducativo, tant’è vero che la legge 194 doveva servire per limitare il numero di aborti clandestini, almeno questa era l’idea, ed invece sono morti più di cinque milioni di bambini. E questa “cultura della scissione” riguarda anche il divorzio, l’idea di isolare gli esseri umani, di spezzare i legami e di poter permettere poi di entrare nella loro esistenza in questi modi, di fatto ha aperto le porte all’eccessivo numero di aborti, divorzi e separazioni: tutti e tre, infatti, in Italia sono in costante aumento.

 

Cosa succede negli altri Paesi?


Vanni: Per quanto riguarda le separazioni e i divorzi, sono in costante aumento in tutto l’Occidente. Lo so bene perché sto scrivendo un libro sulla sofferenza dei bambini durante i periodi del divorzio, e ho fatto una ricerca statistica su questo. C’è un incremento esponenziale: però attenzione, l’incremento c’è dal momento in cui è stata varata la legge, è lì il punto. Naturalmente noi sappiamo che in Italia l’aborto è in diminuzione, però si tratta di cifre irrisorie, che vengono evidenziate dai fautori dell’aborto per dimostrare che l’aborto funziona. Però si tratta di diminuzioni che sono nell’ordine della migliaia, rispetto ai milioni. Quindi – ed oggi mi sembra il giorno giusto per dirlo – l’aborto ha ucciso tanto quanto la Shoah, tanto per capirci. E questo solamente in Italia. È “un olocausto” di bambini.

Cosa ha fatto del maschio l’anello più debole della famiglia?

 
Vanni: Innanzitutto possiamo dire che se leggiamo i testi della legge 194, e leggiamo invece le famose relazioni del Ministero della Salute – io le ho lette tutte – si può notare che alcune parole scompaiono del tutto. Scompaiono tutte e tre le parole: non esiste più padre, madre, bambino, né marito, moglie e figlio, ma compaiono dei termini tecnici, che sono “donna”, oppure “il concepito”. È lì che possiamo assistere ad una disumanizzazione. Le parole sono importanti, perché privano di quell’affettività delle relazioni. La parola “padre”, ma anche “uomo”, è scomparsa completamente: questo ci fa capire che questa figura non esiste più né come numero, tant’è che dell’uomo non si parla mai, né ci si chiede che lavoro fa, né la sua età o l’origine socio–culturale. Però il problema fondamentale è quello dell’uomo in quanto “maschio”. Io direi che la crisi della figura maschile è legata alla crisi della figura del “padre”. Noi abbiamo parlato molto della figura paterna, anche nei libri del professor Risé, e abbiamo rilevato come in Occidente si sia assistito all’eclisse del “padre”. C’è stato un momento storico in cui si è prodotta una cesura della trasmissione della paternità, e della trasmissione dell’identità maschile. E il fulcro dell’identità maschile è quello di poter creare la vita: l’uomo si è dimenticato di questo perché ad un certo punto nessuno glielo ha più insegnato. Intere generazioni di uomini hanno perso la figura del padre che, di fatto, non essendoci, non ha più potuto insegnare né come si fa il padre, né come ci si prende cura dei bambini, né – io aggiungerei anche – come si ama una donna.

Non trovi che la reazione di fronte alla decisione di un aborto è un ulteriore esempio di come l’uomo fugga alle sue responsabilità?


Vanni: Sì, è vero, anche il discorso della responsabilità e del dono di sé per il bene degli altri è un aspetto dell’identità maschile che è andato perduto, e che invece era presente in tutte le società fino ad una certa epoca. Gli uomini si prendevano cura dei figli, sia in senso naturale, che in senso simbolico. Pensa all’importanza delle figure educative. Non a caso oggi assistiamo anche alla scomparsa della figura maschile nella scuola. Quindi l’uomo, in qualche modo, ha incontrato una crisi dal punto di vista antropologico, e si è ritirato da queste dimensioni del prendersi cura, della responsabilità, la cura delle nuove generazioni perché possano essere migliori. Credo che ci sia questo alla base.

 

Ma trovi che questo discorso riguardi solo gli uomini?


Vanni: Questo è un altro punto importante. Noi parliamo degli uomini, però non è del tutto giusto. Dovremmo parlare di tutte le giovani generazioni, maschi e femmine, perché la questione del far passare un messaggio di irresponsabilità rispetto alla vita, circonda tutti noi. I messaggi che ci arrivano dai media, che ci arrivano da queste leggi, i messaggi anche culturali che passano attraverso forme subdole, ad esempio l’ipersessualizzazione dei media in cui viviamo, stanno facendo passare un’immagine svilita della sessualità, priva dell’affettività, in cui ciò che conta è l’edonismo e comunque la superficialità. E questo messaggio non sta passando solo agli uomini, ma a tutti; tant’è vero che poi ci sono anche le ragazze che continuamente vanno a ricorrere alla pillola del giorno dopo senza accorgersi di quello che stanno facendo. Oppure ci sono le ragazze di 18 anni che vanno ad abortire dicendosi “vabbè, posso anche andare, tanto dicono che fino al giorno x non è vita”. Dunque, sono messaggi che coinvolgono tutti, non solamente gli uomini, e questo secondo me è importante, perché ti permette di guardare con un certo occhio anche gli uomini. Come dire, questa disattenzione alla vita, non è una colpa degli uomini, ma anche un messaggio che noi facciamo passare.

 

 

 

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